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Cari designer, ecco che cosa dovreste imparare da Biggie Smalls

28-11-2011 Andreas Markdalen, Traduzione e adattamento Francesca Stignani

Cari designer, ecco che cosa dovreste imparare da Biggie Smalls

Questo articolo, scritto da Andreas Markdalen è stato originariamente pubblicato in inglese sul blog Design Mind -versione online dell’omonima testata pubblicata bimestralmente da Frog– non tratta di argomenti canonici per Hotmc. È però interessante, a mio parere, per almeno due motivi: primo, parla di tecnica di scrittura, un argomento che spesso viene tralasciato, quasi dato per scontato; secondo, illustra un metodo per applicare questa tecnica in un ambito, il visual design, che non sembra aver nulla in comune col rap. E forse conferma quanto affermava, tanto tempo fa, il buon KRS-One: “Rap is what you do, Hip Hop is what you live” (Introduzione: Simone Lippolis, traduzione e adattamento: Francesca Stignani).

Quando ho proposto per la prima volta ai miei colleghi designer questo argomento non proprio ortodosso, uno di loro, da sempre appassionato di hip hop, mi ha chiesto sorridendo se per caso non mi riferissi a “ Mo‘ money mo‘ problems”, il celebre pezzo di Biggie del 1997. Gli ho risposto che, sebbene qualche volta accada che i designer finiscano per svoltare e passare il loro tempo a sguazzare nel Crystal o ad aprire compulsivamente conti in banca, i problemi che affrontano nella quotidianità riguardano più banalmente questioni di griglie grafiche e caratteri tipografici – nulla a che vedere con le gelosie delle groupie o l’avidità dei produttori, insomma.

In altre parole, non voglio parlarvi dei problemi di chi si ritrova da un giorno all’altro incredibilmente ricco e famoso, bensì del processo creativo di Biggie Smalls – del suo approccio alla scrittura. Quel che non tutti sanno è che Biggie utilizzava una tecnica molto precisa per comporre i suoi testi, una tecnica che applicava costantemente alla sua scrittura per non incappare nel blocco creativo. E in effetti, non ha mai smesso di scrivere e di raccontare storie, fino al giorno in cui gli hanno sparato, uccidendolo, all’età di 24 anni. Era il 1997.

Biggie Smalls – al secolo Christopher Wallace – aveva cominciato a scrivere rime fin da bambino, e la sua abilità era andata migliorando negli anni dell’adolescenza a Brooklyn, sulle strade dello spaccio illegale di stupefacenti. Negli anni successivi avrebbe continuato a usare la stessa tecnica, sviluppandola fino alla perfezione. Il suo quaderno era pieno di barre, climax e punchline, che accumulava, provava e riprovava fino a ottenere una delivery impeccabile. Affittare uno studio costava parecchio, e Biggie sapeva che per poter sfruttare al massimo ogni minuto passato lì dentro era necessario lavorare nel modo migliore alla scrittura dei pezzi. I suoi amici produttori gli procuravano delle cassette con uno o due di beat su ogni lato, che suonavano in loop per venti/venticinque minuti. E lui ripetava lo stesso identico verso su ogni beat, perfezionandolo di volta in volta. Un verso, un beat, un verso, un beat – fino allo sfinimento.

[youtube]https://youtu.be/gUhRKVIjJtw[/youtube]

Biggie lasciava che i suoi testi crescessero in modo organico. Una volta soddisfatto del primo verso, stabiliva la delivery, il mood e il mondo – vero o di finzione – che girava attorno alla sua storia. Il testo si sviluppava in entrambe le direzioni, procedendo in avanti oppure a ritroso. Prendeva la barra già perfezionata e ne aggiungeva una prima e una dopo. Se la delivery era buona, se le nuove barre funzionavano ed erano funzionali al mood della storia, utilizzava la stessa tecnica per mettere in versi il resto del materiale. Un beat e tre barre, provate e riprovate fino a raggiungere la perfezione. Biggie non procedeva mai, prima di averle sincronizzate e ottimizzate, prima averle unite e fuse senza forzature. Tre barre diventavano cinque, cinque barre diventavano sette, poi nove, poi un verso e, infine, una canzone. Ogni storia era rielaborata fino a raggiungere la completezza, come un castello di carte pronto a collassare se solo qualcuno avesse provato a sfilare una frase, una parola, persino una sillaba. In sostanza, la perfezione.

Spesso, quando fra colleghi si discute del processo creativo nel visual design, mi ritrovo a pensare a Biggie. Che cosa possiamo imparare da lui? A mio avviso, quando si tratta di affrontare delle difficoltà o di perfezionare un metodo di lavoro, esistono alcuni temi forti che dovremmo fare nostri, indipendentemente dalla disciplina di cui ci occupiamo o del contesto nel quale si sviluppano i nostri progetti.

Un tema centrale

Un progetto di design, proprio come una storia, ha un tema centrale. Può trattarsi di qualsiasi cosa: di una domanda, di un’affermazione, di uno stato d’animo, di un’emozione, di un’idea – o, come nel caso di Biggie, di un passaggio chiave, di una rima. Stabilite qual è il tema centrale del vostro progetto e utilizzatelo per definire il vostro punto di partenza; ripetetelo all’infinito, come un mantra, e lasciate che dia forma a tutto quello che state facendo.

[youtube]https://youtu.be/_JZom_gVfuw[/youtube]

Un sistema di riferimento

Quando si comincia a lavorare a un progetto, di solito si stabilisce un mood e si sviluppa un’estetica per il linguaggio visivo che dovrà esprimerlo. Si attribuiscono valori emozionali, si valutano definizioni e obiettivi. Si soppesano regole e possibilità, opportunità e restrizioni. Per Biggie, il contesto era il beat – una composizione musicale, una rima e una visione. Costruiva i suoi pezzi a cominciare da questo contesto o punto di partenza, utilizzandolo come sistema di riferimento per il suo storytelling. Definite il vostro sistema di riferimento, non perdetelo di vista ed esploratelo in tutto il suo splendore.

Provare e riprovare

Durante la progettazione (di qualsiasi tipo essa sia), una vasta porzione del lavoro è dedicata allo studio e alla comprensione di un argomento che non è stato ancora propriamente definito o articolato – i pensieri e le idee si consolidano man mano che si procede, trasformandosi nella base di quello che, alla fine, diventerà “un sistema”. Fino a quel momento, non potrete che fare valutazioni alla cieca. Biggie non aggiungeva mai alcun elemento al suo mix prima di aver “capito”, prima di essere soddisfatto di ciò che aveva. Non lasciava porta aperte. Mentre procedete con le vostre esplorazioni, potete usare lo stesso metodo: sviluppate un elemento dopo l’altro, assicurandovi che “appartengano” alla vostra storia e che contribuiscano a rafforzarla. Le esplorazioni ben riuscite potranno essere conservate e ripetute, mentre le altre verranno archiviate.

[youtube]https://youtu.be/glEiPXAYE-U[/youtube]

Il processo organico e quello non-lineare

Che si parli di scrivere canzoni, di partecipare a un brainstorming fra colleghi o di realizzare un progetto di comunicazione visiva, il blocco creativo può essere causato da tutta una serie di fattori. Biggie lo evitava costantemente, iniziando ogni progetto con un solido punto di forza sul quale costruiva ogni storia. Non cominciava mai scrivendo il titolo o scegliendo il carattere con cui scriverlo. Pensate alla stessa cosa nel contesto del vostro lavoro. Una gabbia senz’altro fondamentale quando si tratta di realizzare un progetto grafico per la stampa o per il web – ma è davvero il punto di partenza o, piuttosto, un elemento che cresce organicamente e si definisce man mano che si procede con il lavoro? Un web designer non può certo evitare di disegnare la struttura di un sito, ma siamo sicuri che il punto di partenza per la definizione del design deb
ba essere proprio questo? Biggie scriveva procedendo in avanti e a ritroso, da un lato all’altro, e i suoi pezzi crescevano organicamente – non immaginate quanti vantaggi potrebbe portare al vostro lavoro un approccio del genere. Rimescolate un po’ le cose e state a vedere che cosa succede.

[youtube]https://youtu.be/phaJXp_zMYM[/youtube]

Il castello di carte

Di solito, la metafora del castello di carte si usa per descrivere qualcosa di fragile e facile al collasso. Nel caso di Biggie Smalls, però, esso rappresenta un sistema complesso nel quale ogni decisione è fondamentale, ogni sillaba ha una collocazione precisa e ogni componente – ogni carta – è vitale affinché il castello resti in piedi. Pensate a un sistema di design, dove la tipografia, i pittogrammi, le immagini, il tono, la disposizione del testo e i colori sono studiati così alla perfezione che, anche rimuovendo il logo o il titolo da una pagina, essa resta “marchiata” dalle componenti grafiche, dal layout, dallo stile. Ogni decisione che prendete è fondamentale, ogni elemento che disegnate serve a raccontare una storia più ampia, ogni singolo dettaglio conta. Un sistema di design è un castello di carte, e sta a voi renderlo stabile.

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Nel 1997, durante un tour promozionale a Los Angeles, Biggie Smalls si beccò quattro pallottole nel petto da una macchina in corsa. All’1.15 di notte del 9 marzo fu dichiarato morto. Aveva solo 24 anni, e due grandi album alle spalle. Oggi lo si ricorda come l’autore di inuumerevoli pezzi classici del rap, oltre che per le sue apparizioni e per le sue session di freestyle. Personalmente, mi piace ricordarlo ascoltando i suoi vecchi pezzi; mando avanti veloce ogni brano fino alla metà del secondo verso, poi lo stoppo e lo faccio suonare per 45 secondi. Eccola, la famosa ed enigmatica prima barra. Era proprio lì, a metà strada fra quelli che potremmo definire i punti A e B, che nasceva la creatività di questo artista leggendario.

[youtube]https://youtu.be/zSx03q1-1KA[/youtube]